La democrazia è amore per la nostra libertà e rispetto per quella dei nostri simili

La democrazia è amore per la nostra libertà e rispetto per quella dei nostri simili. Questo è un principio fondamentale dell’essere democratici, e viene meno nel momento in cui prevale l’egoismo. Se ci sforzassimo davvero di giudicare ogni cosa con la massima oggettività ci accorgeremmo che la nostra vita non è così piena di ingiustizie come la vuole dipingere la nostra mente. È fuori luogo pensare che il mondo giri intorno a noi e che nel momento in cui serve qualcosa a noi tutti debbano essere a nostra disposizione. Anzi, non è fuori luogo, è pazzesco.

«Democrazia è pochi al servizio dei tanti e non tanti al servizio di pochi»

In questa frase, pronunciata Prem Rawat al Parlamento Europeo di Bruxelles, il 28 novembre 2011, sintetizza la differenza tra democrazia e dittatura. Molti, specialmente coloro che inneggiano a regimi che hanno devastato popoli e nazioni nel secolo scorso, sono troppo giovani per ricordare le immagini dei telegiornali girate in dimore con rubinetti d’oro oppure con enormi stanze contenenti migliaia e migliaia di scarpe. Questa è la dittatura, il benessere di pochi contro la miseria di molti. Viva la democrazia, oggi e sempre!

La democrazia è un prato fiorito, la dittatura un prato di croci

La democrazia è un prato fiorito, la dittatura un prato di croci. Forse non esiste una frase in grado di spiegare meglio la differenza tra democrazia e dittatura. Del resto, a cosa fa pensare un prato fiorito? Vita, pace, benessere, serenità, felicità, caldo, cielo azzurro. A cosa fa pensare, invece, un prato di croci? Morte, lacrime, paura, ansia, malessere, tristezza, freddo, cielo grigio.

Basta scorrere i libri di storia per capire i veri connotati della dittatura. Essa viene presentata come panacea di tutti i mali, salvezza del mondo, liberazione dai cattivi. Viene esaltata con paroloni come coraggio e onestà, ma la cosa peggiore è che viene paragonata alla libertà. La dittatura non è nulla di tutto questo, ogni aggettivo positivo di cui si appropria, in realtà appartiene alla democrazia.

Quest’ultima, difatti, pur con tutti i suoi innumerevoli difetti (sempre enormemente meno rispetto ai regimi assolutistici) non è certamente la pancea di tutti mali, anche perché non esiste forma di governo in grado di definirsi tale. Tuttavia è buon palliativo contro l’inguaribile desiderio dell’uomo di sopraffare il suo simile. In democrazia esiste un sistema di contrappesi istituzionali che certamente rende più difficoltosi i processi burocratici, ma nel contempo limita il potere esecutivo dei singoli. Vi pare poco?

La democrazia non è salvezza del mondo, ma non è neanche la sua distruzione repentina e totale, cosa che accade sistematicamente con la guerra. E chi è che nei secoli ha portato la guerra? Non certo la democrazia, bensì quelle forme di governo in cui erano pochi a decidere il destino di molti, soprattutto dei poveri soldati che andavano a morire sul campo di battaglia. La democrazia non è la liberazione dai cattivi, ma educazione ed esempio affinché nel mondo crescano meno individui cattivi. La democrazia, quello sì, è coraggio, onestà e libertà. Coraggio di accogliere e di tollerare l’altro. Onestà nel vivere rispettando le regole in modo pacifico. Libertà di espressione, nel rispetto di quella altrui.

La democrazia è cultura, la dittatura è ignoranza

Un giorno sì e l’altro pure, sugli almanacchi di tutto il mondo, si ricordano personaggi che hanno lasciato il segno in ambito scientifico, medico, musicale, artistico o culturale in genere. Fin qui tutto normale, ma siete mai andati a curiosare nelle storie di tutti questi geni che hanno rivoluzionato le nostre vite?

Se lo avete fatto, avrete sicuramente notato che la moltissimi di essi sono nati in un paese e poi sono stati naturalizzati in un altro? Come mai? Ve lo siete chiesto? Se non sapete il perché di tale costante, ve lo spieghiamo noi: docenti, luminari, insomma di uomini con immense qualità, sono stati quasi sempre costretti a lasciare i paesi natali a causa della dittatura, per andare a fare le fortune dei paesi che li hanno accolti.

Tutto questo perché la democrazia è cultura, mentre la dittatura è ignoranza. La democrazia è cultura perché stimola il confronto, anche a costo di concludere una discussione con un nulla di fatto. Tutti, in democrazia, possono esprimere la propria opinione, giusta o sbagliata che sia. Tutti, al termine di una discussione democratica, anche aspra se necessario, si alzano dal tavolo più ricchi, grazie alle opinioni degli altri. In dittatura, invece, conta l’opinione di un pochissimi individui, il confronto non è permesso e le persone non crescono. Al loro posto, però, cresce l’ignoranza.

Il buono incosciente invoca la dittatura, il cattivo subdolo la stabilisce

Può una persona ragionevole e posata invocare la dittatura? No, nel modo più assoluto. Sono, al contrario, le persone più sensibili che la invocano, quelle che hanno creduto in un mondo giusto e che invece si sono ritrovate a fare i conti con un bombardamento quotidiano di ingiustizie sociali, economiche, religiose ecc.

Fateci caso: quando l’opinione pubblica reagisce con più veemenza? Ad esempio quando si verificano atti di violenza nei confronti dei più deboli, naturale. E come reagisce? Chiedendo pene esemplari, morte, mutilazioni, galera a vita, insomma punizioni esemplari e cruente in misura proporzionale alla gravità della notizia che apprendono dai media o dalle altre persone. In ambito politico, quando accadono fatti che toccano i nervi scoperti della gente, spesso si invoca la dittatura, non calcolando che tale forma di governo è “enne” volte peggio di una democrazia piena di difetti. La dittatura cancella i diritti di chiunque, la dittattura è sopruso, sopraffazione, umiliazione. La dittatura è un pericolo.

Ma arriviamo al dunque: cosa accade quando il popolo invoca la dittatura? Si verificano due reazioni, quella dell’uomo scaltro, subdolo e negativamente intelligente, e quella dell’uomo giusto, lungimirante e positivamente intelligente. Il primo getta benzina sul fuoco, attraverso una comunicazione violenta tesa a sollevare le masse, perché punta a scalare posizioni sociali o politiche cavalcando il malcontento popolare. Nei casi peggiori, si ottiene come risultato la trasformazione dell’odio verbale in azioni che sovente si concludono con spargimento di sangue. Il secondo prova sempre e comunque a gettare acqua sul fuoco, subendo anche insulti se necessario, perché l’obiettivo finale è ricondurre le persone alla calma.

Per passare da una democrazia a una dittatura, una forma di governo perentoria (per usare un eufemismo) nella quale un numero ristretto di persone acquisisce diritti di vita e di morte su interi popoli, è questione di attimi. La dittatura è nemica della democrazia e della libertà, non dimentichiamolo mai. La Dittatura è come una casa dove impera solo il padre padrone, che può schiavizzare la moglie, picchiare sistematicamente i figli, fare i propri porci comodi senza che nessuno li dica nulla. Quella e solo quella è la dittatura.

Essere democratici nell’Italia di oggi

Essere democratici, soprattutto dichiararlo pubblicamente, è un grande atto di responsabilità nell’Italia di oggi, dilaniata da odio, rancore, ignoranza.

L’odio, che sia di stampo razzista o di altro genere non ha alcuna importanza, è terreno fertilissimo per scaltri scalatori sociali, gente che punta a scalare posizioni e, in ambito politico, percentuali, cavalcando il malessere popolare, un sentimento che esiste da sempre e che puntualmente diventa una trappola per chi vive momenti difficili.

Il rancore, giustamente esternato da chi si sente tradito, deluso, preso in giro, è la benzina ideale per questi arrampicatori: basta dare un minimo di gas e brucia che è una bellezza. Non servono sforzi inauditi: per avere consenso basta ripetere in pubblico ciò che la gente arrabbiata dice dentro casa.

L’ignoranza, non intesa come analfabetismo letterario, storico o geografico, bensì politico. Se un qualsiasi cittadino, in altre parole, avesse una mezza idea di ciò che è accaduto nel nostro Paese dal dopoguerra a oggi, in occasione delle varie tornate elettorali e soprattutto durante i mandati esecutivi, non cadrebbe mai nel tranello del populismo.

In questo contesto assai difficile da gestire, la moderazione è l’acqua sul fuoco, è la ragione contro l’istinto, è la vita contro la morte.